martedì 25 giugno 2013

2013: Odissea nei cieli americani

Scusate l'assenza, ma un blob indistinto di amici, parenti e colleghi mi ha avviluppato in una fitta rete di impegni mondani tali per cui da 3 giorni fatico a vedere mio marito per più di 2 ore, figuriamoci scrivere il blog! Ovviamente, tutti appuntamenti desideratissimi e che mi fanno sentire quanto mi siano terribilmente mancate queste persone!!!
A breve comunque seguirà un post sulle mie impressioni, per ora aspetto che sedimentino ed evolvano.
Cominciamo invece dal vero incubo che ha caratterizzato la mia partenza...il volo di ritorno!! No, niente racconti di transoceanici splatter, anche i paurosi del volo come me possono leggere fino alla fine!
Insomma, a 'sto giro noi si era preso un volo fighissimo, costato come un figlio a Yale ma l'unico rimasto libero...un comodissimo Columbus-Philadelphia-Venezia, partenza alle 2 del pomeriggio di venerdì 21 e arrivo alle 9 di mattina del giorno dopo. Tipo che io mi immaginavo già il sabato a pranzo davanti ad un piattino di salame e a dei tortelli di zucca.
Il primo volo va alla perfezione, aspettiamo 3 ore a Philadelphia e poi ci imbarcano sull'airbus, un aereo nuovissimo con gli schermini personali, figo proprio...partenza prevista alle 6.45 PM. Alle 6.30 ci dicono che c'è un guasto elettrico e l'aereo decollerà con un ritardo di mezz'ora...alle 7 ci dicono che il problema riguarda un intero quadro elettrico e ci vorrà un'ora...alle 8 ci fanno scendere e rimandano l'imbarco alle 11PM...infine alle 11 ci dicono che il volo è cancellato e che bisogna riprenotarsi per un volo alternativo. 300 persone si catapultano al desk della compagnia per trovare una soluzione, gli americani e quelli con un inglese migliore tentano di risolvere la questione per telefono. Io e il Tecnico siamo in due file separate per vedere quale procede prima...lui ha davanti 4 americani che dovevano prendere la nave da crociera a Venezia e che tentano contemporaneamente di capire il tragitto della nave, dopo possono agganciarla e quando...inoltre guardano la mappa fisica del'Italia per capire dove siano gli scali proposti, come si arrivi ad Ancona da Roma, ecc. 1 ora abbondante per sistemarli. Io ho davanti due imprenditorini italiani saccenti che con uno spaghetti-english raccapricciante minacciano per minuti interminabili l'addetto del desk, sul tipo "lei non sa chi sono io e cosa comporta per il mio lavoro questo ritardo". Alla fine riusciamo ad arrivare anche noi al desk, ci mettono su un Chicago-Roma del pomeriggio successivo e ci mandano al motel con un voucher. 1 altra ora per cercare dove sono le valigie, mezz'ora di attesa dello shuttle, due ore di sonno in una stanza fumatori dall'odore disgustoso e poi via in aereoporto per andare a Chicago.
Al desk il volo per Chicago è ok, quello per Roma non risulta confermato e dopo 30 minuti da telefonata tra addetto e supervisor, ci dicono che è tutto ok ma di andare in Alitalia (aaaaaaaaaaaaaaah) per conferma quando arriviamo a Chicago. I nostri bagagli vengono cmq etichettati per Fiumicino. Li salutiamo con il dubbio di non rivederli mai più.
Arrivati a Chicago andiamo in Alitalia e c'è una fila di 200 persone, scopriamo che il giorno prima il volo delle 4PM era stato cancellato per maltempo e sono tutti in coda per avere una nuova prenotazione. Altre 2 ore di fila, ho i piedi gonfi e mal di schiena. Sono stanca, mi viene da piangere e non la smetto di tediare il povero Tecnico. Arriva il nostro turno, l'adetta chiama la supervisor che ci dice che noi siamo stati messi su un volo che non esiste e che ci può prenotare su quello delle 4 del mattino seguente. Io sono sbroccata e  ho iniziato a inverire in inglese,  ottenendo la vergogna del Tecnico, la chiusura totale della supervisor ("lei non è cliente alitalia, se la prenda con la sua compagnia, io prima sistemo i miei clienti. Parlo solo con suo marito da adesso in poi..."). Il Tecnico media e ottiene di tornare alle 3, a volo chiuso, per vedere se ci sono rimasti posti liberi. Ci sono ancora 50 persone in coda dietro di noi, la vedo dura...
Andiamo verso la US airways per protestare per il disguido e ci accorgiamo che in Alitalia si sono tenuti i biglietti, quindi il Tecnico si rimette in fila per chiederli indietro e io mi accascio su una poltrona.
Quando arriva il suo turno il sagace Tecnico dice che si scusava per la mia reazione, ma eravamo in giro da 24 ore e nostro figlio ci aspettava in Italia...sono magicamente comparsi due biglietti!!!
Io fino al decollo non ci credevo e continuavo ad aspettarmi che ci trovassimo in 4 negli stessi 2 posti, come allo stadio quando ti vendono i biglietti illegali!!! :-)
Alla fine, volo perfetto, arrivo a Roma, ritrovamento dei bagagli, Leonardo, Freccia Rossa per Bologna e poi a casa a mangiare del salame! E la sera stessa ci è arrivato per mail un voucher da 300$ come rimborso!
Il Tecnico è stato così provato dalle mie sclerate da essere in disintossicazione da me da 2 interi giorni!!!

giovedì 20 giugno 2013

Nomi e cognomi

E allora, come mi dice Lucy provo a razionalizzare, a metterci la testa invece della pancia, a dare un nome ed un cognome alle mie paure per vedere se questo riesce a renderle meno opprimenti. E a sedare un po' l'ansia. D'altra parte, le cose che conosci bene fanno meno paura di quelle ignote, no?
Sono pronta a partire per i nostri tanto agognati 17 giorni in Italia...perchè non riesco ad essere solo entusiasmo, gioia, eccitazione e "non vedo l'ora"?
Perchè ho paura, una fottutissima paura.
Di volare per prima cosa, anche se non è nulla al confronto del vero terrore che provavo qualche anno fa, che mi permetteva di salire su un aereo solo drogata di tranquillanti e che mi faceva vivere malissimo le settimane prima dei viaggi...e spesso anche il durante! Però c'è ancora, è una sottile inquietudine che non mi abbandona e non posso essere serena al pensiero di farmi 2+9 ore su un trabiccolo con le ali!!
Poi, e qui credo che sia il nodo cruciale della questione, temo moltissimo il "dopo", cioè il ritorno qui. Perchè lo so che a casa staremo benissimo e quindi poi ripartire sarà davvero dura! Innanzitutto perchè ci vivremo solo il bello dell'Italia, quale il mare, le persone a cui vogliamo bene, il buon cibo...e delle ragioni che ci hanno portato a scegliere di venire via, non ne vedremo nessuna...niente colleghi stronzi, niente lavori sottopagati, niente famiglie asfissianti, niente amici che ci sono on/off come gli interruttori, niente tasse e costi della vita improponibili. E' come quando vai in vacanza, che so in California o a New York, e pensi che sia il Paradiso in terra e vorresti viverci per sempre...e non pensi al costo degli affitti o all'assicurazione sanitaria o alle armi! 
E tornare qui sarà una scelta di campo non da poco, ancora più pesante di quella fatta qualche mese fa. Perchè di fatto è il passaggio attraverso un nuovo check point e ad ogni check point diventa sempre più difficile tornare indietro (almeno in teoria). Voglio dire, quando siamo partiti abbiamo detto a tutti "andiamo in America, probabilmente a lungo, ma non sappiamo quanto...intanto restiamo fino a fine giugno, quando ci scade il primo contratto...poi si vedrà". E in virtù di questo pensiero, abbiamo vissuto da precari (una casa in affitto, pochi mobili, niente automobile), quasi con un piede dentro e uno fuori, pronti nel caso a fare marcia indietro e ritornare alla base. Adesso come adesso, il Tecnico avrebbe ancora il suo lavoro e io la mia borsa di studio, se lo volessimo. Ma da luglio si riparte, con un nuovo contratto (di un anno per me, di due per lui), e si dovranno fare certe scelte, si dovrà giustamente rendere questa dove viviamo una casa e non più un alloggio temporaneo. Tra un anno qualcuno avrà preso il mio posto, il Tecnico avrà dovuto per forza lasciare il suo lavoro italiano (finisce l'aspettativa) e non si potrà più tornare indietro...cioè, si potrà, ma la nostra vecchia vita non potrà ricominciare da dove si è interrotta. Si chiude una porta che non si riaprirà mai più, almeno non sulla stessa identica stanza. Come si fa a non essere spaventati?
Infine, anche la questione umana non è certo da poco. Qui ormai mi sono più o meno abituata a vedere le persone che amo solo su uno schermo, ad avere molte conoscenze e qualche potenziale amico, a non sbaciucchiare le guanciotte dei miei nipoti. Mi sono settata su uno standard più basso diciamo. Dopo due settimane di abbracci veri e di chiaccherate infinite con chi ti conosce come le sue tasche e ti legge dentro, quanto ci rimetterò a tornare al setting "low profile"?
Ecco qui, mi pare sia più o meno tutto. 
In realtà ci sarebbe ancora la questione "figlio si/no e dove"...ma mi si aprirebbe un argine e devo mantenere un minimo di lucidità per poter fare la valigia. Magari la prossima volta!
Io vado eh, ma ci vediamo comunque qui...che anche al paesello da 1800 anime (cani, gatti e mucche compresi) dove vivono i miei è arrivata l'ADSL!! :-D 
 

martedì 18 giugno 2013

Il mio inferno di cristallo

Mi chiedevo che fine avesse fatto.
Erano diversi mesi che non ne avevo più notizie.
E non mi mancava per niente, anzi.
Un po' ci speravo davvero di non averci più a che fare.
Eppure era strano, quando tutto si fa più complicato, lei viene sempre a farmi almeno una visitina veloce, giusto per vedere come sto.
E infatti, eccola qui.
Lei, la mia fedele compagna.
L'ANSIA.
Ho passato indenne il trasloco, la partenza del Tecnico, l'esame di specializzazione, l'arrivo qui, i primi difficilissimi mesi, le delusioni, il primo Natale senza la mia famiglia, il lavoro senza sosta.
In questa corsa senza fine e senza respiro, non è arrivata a presentami il conto come sempre.
E quindi mi ero illusa, magari si era finalmente stancata di me.
E invece.
Adesso che la corsa sta rallentando, adesso che respiro perchè tra 5 giorni sarò a casa, adesso che mi aspettano due settimane di mare, amici, affetti, risate, aperitivi infiniti, abbracci, nipotini morbidosi.
Eccola.
Ho ricominciato con i risvegli nottuni con la tachicardia.
Stasera nel bel mezzo di una cena con amici, il cuore che salta in gola e ti soffoca galoppando.
E anche adesso, mentre scrivo, il nodo alla gola che non se ne va.
Sarà sempre parte di me, inutile illudersi.
Posso solo sperare che i momenti di tregua siano sempre più lunghi.

domenica 16 giugno 2013

Un posto dove sognarmi

Ieri sera sono venuti a cena da noi una coppia di italiani che vive qui dal 1997 (o meglio, vive negli Usa da allora ma qui solo da circa 3 anni). Anche loro erano partiti dicendo "andiamo là per 2-3 anni a fare esperienza per poi tornare a casa"...e a casa non ci sono più tornati e non ci pensano neppure più, se non magari quando saranno vecchi. Qui sono nati i loro due figli, qui hanno una casa (meravigliosa), qui hanno gli amici e qui lui ha un lavoro che gli da moltissime soddisfazioni.
Io sono sempre stata una grande sognatrice, fin da piccola prima di dormire mi sono sempre fatta dei gran viaggi mentali di tutti i tipi (e senza bisogno di drogarmi!!) e più di tutto mi è sempre piaciuto immaginare il futuro. 
Adesso non ci riesco più.
Non ci riesco perchè non so dove immaginarmi...e non è un problema da poco!!
Ieri mentre ascoltavo i nostri ospiti e guardavo i loro figli, pensavo a quanto mi piacerebbe che la mia vita seguisse un percorso come quello che hanno avuto loro, stabilirmi ("settle down") qui, crescerci la mia famiglia, sentire i miei figli parlare in italiano con un accento ridicolo da americani trapiantati. Ma poi ad un certo punto di questo sogno, in cui mi vedo in una gigantesca casa americana (pagata da chi? questo dettaglio il sogno non lo chiarisce) con un bellissimo giardino, penso alla mia famiglia lontana, alla mancanza degli amici più cari, al costo dell'assicurazione sanitaria, ai tornado e al rischio che ti sparino in un cinema.
E il sogno scoppia come una bolla.
Allora mi immagino a casa, in Italia, con i miei figli e i miei nipoti che passano del tempo insieme, con i pranzi in famiglia, con il caffè della domenica insieme alle amiche e gli aperitivi ogni tanto con la vecchia compagnia...ma poi penso alla frustrazione del lavoro del ricercatore in Italia, al fatto che se avessi figli resterei a casa senza stipendio, al dover campare con due lire o chiedere soldi alla famiglia, agli affitti assurdi.
Un'altra bolla che scoppia.
Infine ci provo con la via di mezzo e mi immagino, che so, in Svizzera o in qualche paese nordico...ottimo lavoro, abbastanza vicino all'Italia, bel posto dove vivere. Però, anche qui, si dovrebbe ricominciare tutto da capo, trovare nuovi amici, adattarsi ad un nuovo sistema, stare comunque lontani (anche se meno) da amici storici e famiglia...

Non so più dove sognarmi!!

venerdì 14 giugno 2013

Il dono dell'ubiquità

E lo sapevo già, perchè li conosco bene e ormai prevedo le loro reazioni.
Ieri ho detto ai miei che andrò con il Tecnico al mare per qualche giorno mentre siamo in Italia. Lo abbiamo deciso più o meno 2 mesi fa. Forse fanno bene a trattarmi come se avessi 3 anni visto che ho le stesse paranoie di allora nel dire le cose...
Comunque. 
Mia mamma come sempre ha abbozzato e ha detto che lo capisce e che le basta che io sia con loro per qualche giorno. 
Mio papà...apriti cielo!!! Mi ha fatto capire che sono una stronza e che bisogno c'è di andare al mare e cosa vengo a casa a fare se poi sono in giro e non sono stata abbastanza con mio marito qui...
E io lo capisco un po', perchè hanno una gran voglia di stare con me e si devono far bastare pochi giorni, poi chissà quando ci rivedremo. Però...però...io adoro il mare, ci sto bene e mi rilassa...e qui non c'è e mi manca un mucchio e ho anche bisogno di stare due giorni spalmata su una sdraio senza investire energie emotive con nessuno.
E nonostante sia consapevole di questo bisogno, non riesco a non sentirmi in colpa, perchè sono consapevole anche del loro, di bisogno.
Nel frattempo ho fatto rischiesta all'ASL per il dono dell'ubiquità, speriamo me lo concedano!!


 qui

 

mercoledì 12 giugno 2013

Una storia vecchia

Ho già raccontato diverse volte questa storia e qualcuno di voi l'avrà già sentita, ma ci sono sempre molto affezionata.
Era marzo del 1999, mia sorella era sposata da poco. Come ho detto spesso, la differenza di età tra di noi (9 anni) aveva fatto sì che non fossimo molto legate, quindi non sapevo nulla dei suoi eventuali progetti futuri (se volevano figli, se ci stavano provando o se invece volevano aspettare).
Una sera la vado a trovare nella sua casa nuova, la trovo sul divano sofferente per una delle sue solite emicranie e le racconto di aver fatto un sogno quella notte che mi era rimasto impresso nella mente. Avevo sognato lei con in braccio un neonato, per la precisione una bambina, ma molto molto più piccola del normale. Al sentire questo racconto lei e mio cognato si sono guardati increduli e io avevo pensato che fosse perchè erano lontani anni luce dal progetto "famiglia".
Un paio di settimane dopo mia sorella aveva annunciato che aspettava un bambino...e che il giorno in cui le avevo raccontato il mio strano sogno erano appena tornati dall'ospedale, dove avevano ritirato le analisi delle Beta, ovviamente positivissime. 
A novembre del 1999 nasceva mia nipote S*, femmina e sottopeso, minuscola.
Tutto questo per spiegare il legame speciale che sento con questa bimba, che mi si è annunciata in sogno fin dalla sua comparsa. Quando lei è nata, inoltre, io vivevo ancora con i miei genitori e mia sorella è rimasta da noi per le prime due settimane dopo il parto. Ho cullato S*, le ho cantato la ninnananna, l'ho portata in giro nel marsupio, ho giocato con lei e le ho dato prima il latte e poi le pappe. Nel 2005 è nato anche il suo fratellino, per cui provo esattamente lo stesso affetto, ma è una cosa diversa, perchè vivevo già da sola e lo vedevo solo un week end ogni tanto.
Questa settimana la mia bimba ha iniziato gli esami di terza media e non mi sembra vero che sia già diventata così grande. Guardo le foto che le ha fatto mia sorella il giorno dell'esame e rivedo quel fagottino minuscolo nella culla, la piccoletta che mi correva incontro all'uscita dell'asilo nido, la bimbetta tutta elegante che mi ha dato i fiori il giorno della mia laurea. E adesso sta sbocciando una bellissima donna (forse non sono molto obiettiva...).
Mi manca terribilmente e una delle cose che mi pesano maggiormente è il senso di colpa per averla "abbandonata" per venire qui, per non esserci subito quando ha bisogno di me, per non starle accanto a proteggerla come avrei voluto fare. Spero che non mi porti rancore per questo e che sappia perdonarmi, io farò di tutto per esserci in ogni modo che sarà possibile.
   

sabato 8 giugno 2013

Lettera aperta ai miei genitori

Papà, mamma
posso dirvela una cosa?
Ho 33 anni, 34 il prossimo mese. Non 3.
Lo capisco che per voi sarò sempre figlia, anche a 70 anni. E lo accetto. Per questo non mi innervosisco quando vi preoccupate se torno a casa tardi alla sera da sola o se sono in maniche corte e pensate che possa avere freddo. E quando mi sposto da qui vi mando un messaggio quando arrivo a destinazione, sia NY o Chicago o Washington. Non vedo ragione di farvi preoccupare e non mi costa nulla farlo.
Però.
La mia autostima ormai è quella che è e c'è ben poco margine d'azione su di essa, soprattutto da parte vostra.
Mamma, se una cosa che ho fatto (un cuscino, una coperta, un disegno) non ti piace, puoi dirmelo, davvero. Non assecondarmi sempre, non sono per niente perfetta, prendo un sacco di decisioni sbagliate e faccio un mucchio di cazzate. E i miei lavoretti fanno spesso pena. Ogni volta tu reagisci con lo stesso entusiasmo che hai avuto quando da piccola ho detto la prima parola, ma non farlo per me, sto bene e non sono così fragile.
Papà, sminuire tutto quello che faccio non mi serve a spronarmi ad impegnarmi di più. Poteva andare bene quando ero piccola e ti portavo a casa un 9 in matematica, dicendomi che potevo fare di meglio mi spingevi a fare sempre di più pur di sentirmi dire "brava" da te. Adesso, se anche ogni giorno mi chiedi se ho scoperto qualcosa di fondamentale per la biologia e alla mia risposta negativa scuoti la testa e mi dici che sono qui per niente, sappi che questo non cambierà il mio modo di lavorare, io faccio già il massimo, autonomamente.
Lo so, forse dovrei semplicemente accettare che le persone sono fatte in un certo modo e tali restano.
E' che a volte vorrei avere con voi un'interazione tra persone adulte.

venerdì 7 giugno 2013

Inezie

Oggi c'ho il dente avvelenato, eh Lucy, mica capita solo a te! :-D
Giusto per spiegare a chi non è del mestiere, il lavoro del biologo che fa ricerca funziona più o meno in questo modo. Si parte da un'idea e si fanno esperimenti nel tentativo di dimostrare questo pensiero iniziale...a volte funziona, a volte i dati dimostrano l'esatto contrario, a volte cercando una cosa se ne scopre un'altra che non c'entrava niente ma che è comunque valida e interessante. A questo punto, dopo aver fatto tutte le verifiche del caso (ripetizione degli esperimenti, analisi statistica dei dati, utilizzo di adeguati controlli negativi e positivi), il biologo scrive un articolo in inglese che descrive i materiali e metodi utilizzati, i risultati ottenuti e una discussione degli stessi. L'articolo viene sottomesso ad una rivista scientifica, che può esssere più o meno importante, e se il lavoro viene giudicato valido e di interesse, questo viene pubblicato sulla rivista. L'elenco degli autori dell'articolo può contenere da una fino a diverse decine di persone, dipende anche dalla policy del giornale e dal tipo di articolo, e l'ordine di apparizione dei nomi non è casuale ma rispetta una precisa gerarchia. In generale il primo nome è di chi ha avuto l'idea o si è smazzato la maggior parte del lavoro, il secondo chi ci ha lavorato un po' meno e così via via fino ad arrivare all'ultimo nome, che è quello di chi ha messo i soldi e ti ha permesso di fare tutto (il capo del laboratorio generalmente). Quando una persona ha fatto una piccola parte del progetto, ma troppo poco per poter essere citato tra gli autori (il numero è limitato e bisogna fare delle scelte), in genere viene relegato nella porzione dell'articolo definita "ringraziamenti". Che valgono nulla ma almeno ci sei.
Tutto quello che ho appena detto si riferisce ad un mondo ideale, in cui non esistono le persone che pubblicano dati falsi, chi pensa che il primo nome debba essere per forza un medico perchè il biologo non è dotato di pensiero, chi accetta/rifiuta un articolo solo per favore un gruppo rivale, ecc. Tralasciamo tutto questo (prima che mi scoppi una coronaria) e veniamo a noi.
Primo episodio:
Ieri ho visto che il gruppo dove lavoravo prima di venire qui ha pubblicato un nuovo articolo utilizzando le analisi che avevo fatto io su più di un centinaio di campioni. Io ovviamente non compaio da nessuna parte, neppure nei ringraziamenti. Primo autore, guarda che coincidenza, una persona che mi odiava a morte e che ha fatto di tutto per mettermi i bastoni tra le ruote per tutti i 5 anni che sono stata là.
Apro una parentesi, in quel laboratorio c'erano solo due persone che mi hanno ostacolato in ogni modo che credevano possibile. E la motivazione era la stessa per entrambe. Erano assunte a tempo indeterminato in ospedale, con uno stipendio pari al doppio-triplo rispetto al mio. Ma volevano fare ricerca e il mio capo non glielo permetteva perchè erano state assunte per fare la diagnostica di routine. Quando sono arrivata io, assunta con una ricchissima borsa di studio (sul cui importo hanno favoleggiato tutti per 5 anni...poco più di 1000 euro) solo per fare ricerca hanno giurato di impedirmelo in ogni modo.
E poi ti chiedi perchè diffido delle colleghe donne...
Comunque, quando ho visto il nuovo articolo ho scritto subito al mio ex capo che mi ha risposto così: vuoi sapere la storia? te la racconto a voce quando vieni a trovarmi. ti aspetto, ma per vederti e parlarti e non di questa inezia, irritante quanto vuoi, ma inezia. Rimedieremo. Un abbraccio.
Secondo episodio:
Ho lavorato al 50-50 con una collega su un progetto ormai finito e che dobbiamo cominciare a scrivere e un paio di settimane fa, mentre io ero provvidenzialmente nel bancone accanto, l'ho sentita fare tutto un discorso sulla hit parade dei nomi negli articoli, dicendo che non capiva quelli che si preoccupavano tanto di essere il primo nome, che la cosa importante era che si lavorasse bene e il gruppo fosse sereno. Sì, cuccu. Solo io sento un'inconfondibile sentore di inQlata in arrivo? Così poi se mi lamento sono la poveretta che si preoccupa di queste "inezie".
Ahò, ma me state a coglionà???
Diciamo le cose come stanno.
Noi si fa ricerca per passione e per il sogno di curare il cancro...e davanti a questo non c'è articolo, primo nome, ultimo nome, giornale scientifico, ecc. che regga il paragone. MA. C'è un piccolo MA. Gli articoli sono il "metro" con cui viene valutato il nostro lavoro, il criterio che viene spesso utilizzato per scegliere un candidato piuttosto che un altro nell'attribuzione di un posto di lavoro (sempre in un mondo ideale, ma questa è un'altra storia ancora).
Il non essere messa tra gli autori non è un'INEZIA, vuol dire che il mio lavoro è andato buttato e non è finito ad ingrossare il mio curriculum e quando mi diranno: "cosa ha fatto in tutto il 2011 se non ha pubblicato niente?", che gli rispondo? "eeeeeh, ancora vi preoccupate di queste piccolezze?"
Il non essere il primo autore non è un'INEZIA, se in 5 anni di post dottorato (per fare un'esempio) non avrò prodotto nessun articolo a primo nome, se ne dedurrà che non sono stata in grado di condurre autonomamente un progetto di ricerca...mica posso giustificarmi dicendo "eeeeeh sì, però le assicuro che nel mio gruppo si lavorava benissimo ed eravamo molto sereni"....
Dai...

mercoledì 5 giugno 2013

Conversazioni surreali 2

-Sai papà venerdì andiamo a vedere una macchina usata, se è messa bene e ci piace magari la prendiamo

Mia nonna sente la parola "macchina" e dice a mia mamma:
- Ah, ma viene a casa in macchina il 21 giugno?

Sto per capottarmi sulla sedia, poi penso che ha 89 anni e non sa neppure dov'e l'America, per lei è una domanda assolutamente legittima..

Mia mamma le risponde subito:
- ma nooooo, viene in aereo!

E poi rivolta verso di me:
- Ma se venissi in macchina quanto ci metteresti?

- Eh, 9 ore Columbus-NY, poi carico la macchina su una nave, 20 giorni di navigazione, arrivo a Le Havre, riprendo la macchina e in 12 ore sono a casa

-Ah, allora non conviene

- Eh, pare di no

martedì 4 giugno 2013

mea culpa

Domenica il Tecnico si è svegliato intrattabile. 
Era silenzioso, ombroso e cupo e rispondeva ringhiando ad ogni mio tentativo di penetrazione della cortina di ferro che lo avvolgeva. E' andato avanti così per tutta la giornata. 
Io, con tutta la pazienza e la comprensione che solo una donna in piena fase premestruale può offrire (Vostro Onore, possiamo considerarla un'attenuante?), ho ringhiato il doppio, urlato, accusato di egoismo, fatto scenate. Com'è nel mio stile.
Poi, alle sette di sera, con i neuroni a bagno nella birra dell'aperitivo, ho avuto un'illuminazione e ho finalmente capito. 
E mi sono sentita una moglie orribile come poche volte in vita mia.
9 anni fa mio marito (che ai tempi non era ancora fidanzato con me) stava facendo il volontario con i Medici Senza Frontiere in Afghanistan. La missione era in un piccolo paesino sulle montagne e con cadenza regolare i volontari, a turno, andavano in un paese vicino per rifornirsi di generi di prima necessità. 
Il 2 giugno il fuoristrada su cui viaggiavano i colleghi del Tecnico, diretti a fare il solito rifornimento settimanale, è stato attaccato dagli scagnozzi di qualche signore della guerra locale e tutti gli occupanti sono stati barbaramente uccisi. La macchina con corpi dilaniati è stata riportata alla missione, dove il resto dei volontari si è chiuso dentro aspettando che le forze speciali americane li venissero a portare in salvo, sperando che non arrivassero prima gli altri a finire il lavoro.
Credo che siano state le ore più orribili e traumatiche della sua vita.
Io lo avevo dimenticato, archiviato.
Lui, ovviamente, no.

domenica 2 giugno 2013

Yard Sale

Ieri ho partecipato al mio primo Yard Sale in terra americana.
Lo Yard Sale o Garage Sale o Moving Sale è piuttosto frequente negli Stati Uniti e andando in giro in macchina ne abbiamo visti diversi davanti alle case. In pratica quando si svuota la cantina/garage o si trasloca o magari si ereditano vecchi cianfrusaglie di cui ci su vuole disfare, invece di buttare tutto nel primo cassonetto vicino si tenta di guadagnarci qualche dollaro. Si prepara un banchetto con gli oggetti da vendere, spesso già prezzati, e magari si aggiunge qualche palloncino o festone e un bel cartellone fluorescente per attirare l'attenzione dei passanti. Alla fine si trova sempre un appassionato di paralumi antichi che non vede l'ora di portarsi a casa la vecchia abat-jour della nonna o una giovane coppia (anche non più tanto giovane, tipo noi) senza tanti soldi che sta cercando un divano usato ma tenuto bene a poco prezzo!
In alcuni quartieri di Columbus, a rotazione, invece di avere Garage Sale occasionali, si decide una giornata all'anno da dedicare a questo tipo di attività. Nel nostro quartiere si fa il primo sabato di giugno. 
Per partecipare bastava entrare in questo sito ed iscriversi, indicando il luogo dove si sarebbe tenuta la vendita e il tipo di oggetti che si volevano commerciare. Quest'anno c'erano più di 150 famiglie che hanno partecipato, la maggior parte solo nel giorno indicato, quelli che avevano tante cose da smerciare hanno iniziato il venerdì e sono andati avanti fino ad oggi. 
Noi non avevamo ovviamente nulla da vendere, quindi ci siamo associati ad un'altra coppia di italiani che da un paio d'anni in occasione dello Yard Sale preparavano un banchetto di cibo italiano, la "Italian Street Bakery"! Io e il Tecnico (non esattamente di sua sponte...) abbiamo cucinato il venerdì sera fino alle 3 di notte e tra noi e gli altri ragazzi abbiamo preparato: pizze, focacce, biscotti alla nutella e biscotti al cocco, baci di dama, tenerina al cioccolato, ciambella allo yogurt e cioccolato, torta pere e cioccolato, crostata di nutella, torta di amaretti, crostatine con crema pasticcera e frutta fresca. Oltre a questo offrivamo un vero espresso italiano shackerato! 
Il divertimento è stato anche nella preparazione del banchetto, in quanto ho disegnato un cartellone pubblicitario, abbiamo comprato i sacchettini per i biscotti e preparato i cartellini con i prezzi.
Alle 9 di sabato mattina eravamo già in strada a vendere e quando abbiamo finito all'una erano rimasti giusto 4 biscotti, una fetta di torta e una di focaccia (il Tecnico era disperato perchè sperava restasse almeno una fetta di torta alla nutella e una crostatina di frutta!!).
Al di là del guadagno economico, è stata un'esperienza bellissima perchè le persone sono state davvero molto gentili, ci hanno riempito di complimenti (il più bello quello di un ragazzo con la sindrome di Down, che è tornato per dirci quanto fosse buona la nostra crostatina), abbiamo parlato dell'Italia, qualcuno ci diceva parole a caso in italiano (uno ha detto,nell'ordine, "mi piace, Sicilia, ciao, molto bene, ti amo"...) e molti ci hanno chiesto dov'era il nostro negozio per venire a comprare ancora...quasi quasi apriamo una bakery! :-) 
Molti si ricordavano del banchetto dall'anno scorso e sono venuti a cercarlo, tanti magari non si fermavano a mangiare ma ci dicevano che avevamo avuto una bellissima idea e altri invece che passare oltre e basta dicevano "ah se non fossi a dieta" oppure "se l'avessi saputo mangiavo di meno a colazione". Un bambino cicciotto, probabilmente messo a dieta, ha preso 3 biscotti alla nutella e una fetta di torta, ma si vedeva dalla faccia che avrebbe preso tutto quello che c'era sui tavolini!!!
Nella casa accanto c'erano un paio di ragazzi che vendevano dai cestini di vimini alle casse dello stereo ai vestiti usati e facevano i pagliacci facendo ridere tutti i clienti. E un vecchietto che conoscevamo è venuto a mostrarci tutto soddisfatto il suo affare (una vecchia mappa di una città, con cornice).
Insomma, esperienza promossa a pieni voti!
Alla sera io e il Tecnico pensavamo a quante cose abbiamo buttato prima del nostro trasloco qui mentre se fossimo stati in Usa ci avremmo fatto un Moving Sale!! In Italia non penso potrebbe funzionare una cosa del genere, la gente si vergognerebbe a vendere il proprio usato per paura di sembrare dei morti di fame...e nessuno lo verrebbe a comprare per non fare la figura del poveraccio! Qui invece ho visto Garage Sale anche nel quartiere più ricco della città!!
Vi lascio una foto (con venditrici nascoste) del nostro banchetto.